Parthenope e altre leggende (Napoli magica e romantica – Parte Prima)

Napoli Caos! Gente vociante e spensierata che affolla le strade fino a notte tarda per mangiare la pizza, ammirare murales di Maradona, scattare selfie… È questa l’immagine che molti turisti hanno di Napoli o che cercano a Napoli. Ma la mia città è ben altro: scalette deserte che si affacciano su panorami di indicibile bellezza, casette lambite dal mare, cortili segreti che non trovi sulle guide, caffè storici e letterari dove il tempo sembra fermarsi, palazzi nobiliari nascosti, confraternite che si tramandano segreti millenari… luoghi autentici, lontani dal turismo di massa, che – anche mettendo a disposizione la piccola (ma intrigante) biblioteca della mia locazione turistica, Casetta Correra – cerco di far conoscere ai miei ospiti. Sto, quindi, costruendo dei percorsi, solitamente assenti nelle guide turistiche, per fare scoprire quella che è l’atmosfera magica della mia città. Qui il primo percorso.

Parthenope e altre leggende

Il visitatore che da Piazza Plebiscito si avvia verso Castel dell’Ovo, troverà alla sua sinistra Monte Echia, una strana collina, sostenuta da muraglioni e attraversata alla sua base da un camminamento e, quindi, da un ascensore che, sessanta metri più in alto, porta ad un terrazzo che si affaccia sul golfo di Napoli, una vista di indicibile bellezza.

Monte Echia è uno dei luoghi in cui mito, storia e geografia di Napoli si fondono in modo quasi inseparabile. Quando i Greci provenienti da Cuma approdarono nel golfo, tra l’VIII e il VII secolo a.C., cercavano un punto che fosse difendibile, vicino al mare e simbolicamente potente. Monte Echia rispondeva perfettamente a queste esigenze: una collina non alta ma dominante, affacciata sull’isolotto di Megaride e sul porto naturale, con una vista ampia sul golfo. Qui nacque Parthenope, il primo nucleo urbano della futura Napoli. Questo nome, secondo la leggenda, dal sorgere nel luogo dove fu sepolto il corpo della sirena Parthenope, trasportato dalle onde e morta dopo aver tentato invano di sedurre con il suo canto Ulisse.

Il mito non è casuale: i Greci spesso legavano la fondazione delle città a figure sacre o eroiche, per dare al luogo una protezione divina e un’identità profonda. Parthenope divenne così la dea silenziosa della città nascente, custode del rapporto tra uomini e mare. Parthenope non è solo una sirena: è un’eco antica che continua a respirare tra le pietre, il mare e le voci di Napoli. Prima ancora che la città avesse un nome, prima che le sue colline fossero solcate da strade e i suoi porti da navi, Parthenope cantava. Il suo canto non era solo seduzione, ma promessa: un richiamo profondo, capace di legare per sempre il destino degli uomini a quello del mare.

Secondo il mito, la sirena Parthenope, quando il suo canto non riuscì a trattenere Ulisse, si lasciò morire, e il suo corpo venne trasportato dalle onde fino alle coste del golfo. Lì approdò, tra scogli e sabbia, come un dono e una condanna insieme. Fu sepolta dove oggi su sorge Monte Echia, e da quel sepolcro nacque una città. Non una città qualsiasi, ma un luogo destinato a vivere di contrasti, bellezza e malinconia, proprio come una sirena ferita.

Napoli porta Parthenope nel suo nome più antico e nel suo spirito più profondo. È una città che, come la sirena, seduce e disorienta, ammalia e respinge. Chi arriva a Napoli spesso non sa spiegare perché se ne innamori, ma sente di essere stato chiamato. È lo stesso richiamo che saliva dalla gola di Parthenope: un canto fatto di luce sul mare, di vento salmastro, di promesse non mantenute e di passioni assolute.

Il rapporto tra Parthenope e Napoli non è solo mitologico, è simbolico. La sirena rappresenta l’anima doppia della città: metà terrestre e metà marina, metà razionale e metà istintiva. Napoli vive sospesa tra il Vesuvio e il mare, tra la minaccia e l’abbraccio, tra la distruzione e la rinascita. Come Parthenope, conosce la sconfitta e la trasforma in origine.   Dal dolore nasce la bellezza, dalla perdita l’identità.

Ancora oggi, il corpo invisibile della sirena sembra stendersi lungo il golfo. La sua testa riposa dove il sole tramonta su Posillipo, la sua coda si dissolve tra le onde di Castel dell’Ovo, luogo che la tradizione identifica come il suo sepolcro. Lì, dove il mare bacia la pietra, Napoli guarda sé stessa riflessa nell’acqua e riconosce la propria leggenda.

Parthenope vive nei vicoli stretti e nelle improvvise aperture sul blu, nel modo in cui i napoletani parlano, cantano, amano. Vive nella musica che nasce spontanea, nella teatralità quotidiana, nella capacità di sorridere anche quando il destino sembra avverso. È una presenza silenziosa ma costante, una madre mitica che ha insegnato alla città l’arte di resistere senza rinunciare alla poesia. Napoli, come Parthenope, non si conquista: si ascolta. E chi sa ascoltare, chi accetta di perdersi nel suo canto, scopre che sotto il caos apparente c’è un’armonia antica, profonda, marina. È la voce della sirena che ancora canta, e che continuerà a farlo finché Napoli esisterà, sospesa tra mito e realtà, tra storia e leggenda, tra terra e mare. Non una città qualsiasi, ma un luogo destinato a vivere di contrasti, bellezza e malinconia, proprio come una sirena ferita.

E per riproporre qui le parole del libro Napoli Magica, Napoli porta Parthenope nel suo nome più antico e nel suo spirito più profondo. È una città che, come la sirena, seduce e disorienta, ammalia e respinge. Chi arriva a Napoli spesso non sa spiegare perché se ne innamori, ma sente di essere stato chiamato. È lo stesso richiamo che saliva dalla gola di Parthenope: un canto fatto di luce sul mare, di vento salmastro, di promesse non mantenute e di passioni assolute.

F.S.

Bibliografia:

Benedetto Croce “Storie e leggende napoletane” Adephi, 1996

Vittorio Del Tufo “Napoli magica” Neri Pozza, 2018

Matilde Serao “Leggende napoletane” Colonnese editore, 1999